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Non possiamo non dirci ateniesi

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Platone nasce ad Atene nel 428 prima di Cristo. Aristotele, suo allievo, nasce a Stagira nel 384.

Bastano questi due nomi per far emergere dalla nostra memoria il ricordo del contributo offerto alla formazione del pensiero europeo da parte della Grecia. E non parliamo di un contributo vecchio di 2.500 anni. Senza il pensiero e gli scritti di Platone e di Aristotele la nostra attuale civiltà “occidentale” sarebbe diversa.

Cosa voglio significare con questo inizio? Semplicemente che oggi l’Europa, meglio, l’Unione europea non può trattare la Grecia, i Greci, come l’ultima ruota del traballante carro europeo. Il popolo greco merita più rispetto per il proprio passato e per il presente, carico di difficoltà non completamente a lui imputabili.

Dopo quasi sette anni di “cura” economica / finanziaria da parte degli organismi europei, è evidente che la terapia prescritta alla Grecia è stata sbagliata, quantomeno nei tempi, ma probabilmente anche nel metodo. Non si può inasprire la tassazione e chiedere rigore fiscale e tagli di salari e pensioni pretendendo in pochi anni di risanare il bilancio pubblico di un Paese di poco più di dieci milioni di abitanti senza importanti imprese produttive e senza materie prime da sfruttare. Non ci vuole una laurea in economia per capire ciò, basta il buon senso. Per esempio i miliardi di euro concessi alla Grecia in questi sette anni, in cambio del rigore nei conti pubblici che ha prodotto solo altra crisi, senza crescita e sviluppo, sono molto inferiori a quelli concessi, dalla BCE tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, alle banche europee, senza però che queste banche venissero nazionalizzate e senza curarsi in che modo queste banche spendessero le risorse ricevute. Non è stata imposta loro nessuna politica di ridimensionamento, di austerity, di rigore nel comportamento da tenere nei confronti della finanza non regolamentata (OTC).

Occorre quindi affrontare il problema con un’altra ottica, se lo si vuole risolvere. Occorre ammettere che si è sbagliata la cura e occorre fare scelte politiche europee differenti se si vuole evitare che la situazione greca precipiti e trascini con sé problemi ben più seri e gravi che minerebbero alla radice la tenuta della stessa Unione europea con la sua moneta unica.

Un giorno gli storici ci spiegheranno che cosa non ha funzionato nei primi dieci anni di vita della moneta unica. Certamente oggi, al di là dell’esito delle elezioni politiche che si terranno in Grecia domenica prossima, che più che elezioni hanno il sapore di un referendum, pro o contro il rigore chiesto dalla troika europea, tutti noi ci auguriamo che l’Unione europea sappia trovare un nuovo modo di affrontare la situazione greca. Il bene comune europeo deve prevalere sugli interessi, spesso ancora contrapposti, dei principali Stati europei.

Altrimenti occorre avere il coraggio di ammettere che l’unione politica economica degli Stati che compongono il Vecchio Continente era solo utopia. Però questo fallimento ricadrebbe solo sugli attuali politici europei che si stanno rivelando miopi ed incapaci di mettere in campo idee nuove per affrontare sfide nuove. I popoli, i giovani europei chiedono più Europa, non meno Europa.

Come scrisse Thomas Mann, in tempi diversi dai nostri, ne La montagna incantata, (1924) : “ L'Europa è la terra della ribellione, della critica e dell'attività riformatrice”. Credo che questa riflessione sia valida anche oggi. Penso che oggi sia arrivato il tempo di ribellarsi a questo presente opaco, di criticare quello che è stato fatto sino ad ora, ma è anche il tempo di riformare e far nascere una nuova idea di Unione europea, più vicina ai popoli e meno ai politici burocrati e alla finanza. E domenica 17 giugno non possiamo non sentirci vicini ai cittadini ateniesi.

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